Campo 14. La fuga dalle atrocità di Pyongyang

“Non è comparabile a nessun’altra nazione al mondo, una terribile violazione dei diritti umani, al di sopra di ogni immaginazione. Questo è ciò che sta accadendo oggi in Nord Corea. […] Cerco di individuare e visitare i musei sull’Olocausto il più possibile. A Washington D.C. su uno dei display vi era stampata una domanda: perché la gente non bombardò la rete ferroviaria che conduceva ai campi di prigionia nazisti? So bene che questa domanda riguarda il passato, ma la si potrebbe porre ancora oggi in merito a ciò che sta accadendo in Nord Corea”.

Inizia così la commovente intervista di Shin Dong-hyuk, nato, cresciuto e torturato all’interno del Campo 14. Ad oggi Shin, 34 anni, è ancora l’unico ex-prigioniero di cui si abbia traccia che sia stato in grado di fuggire dai campi di concentramento nord coreani.

Secondo fonti internazionali, i detenuti in Corea del Nord sarebbero 200 mila su una popolazione di 25 milioni di abitanti, ma nessuno fa niente. Il solo Campo 16, per rendere l’idea, detiene 20.000 prigionieri politici.

Il motivo della sua condanna risale al 1951, quando uno zio, durante la guerra civile, fuggì al sud. Nella Repubblica popolare democratica della Corea del nord la “colpevolezza per associazione” è una punizione molto diffusa. La dissidenza politica in particolar modo, per volontà del “Grande leader” Kim Il Sung, punisce anche le successive tre generazioni, trascinando con sé una lunga lista di vittime innocenti (non solo familiari, a volte colpisce anche amici e colleghi).

(Photo by Chip Somodevilla/Getty Images)

(Photo by Chip Somodevilla/Getty Images)

Venire etichettati come nemici della nazione è questione di attimi: intonare una canzone straniera o leggere la Bibbia sono solo un esempio di ciò che la dittatura di Pyongyang considera grave crimine e che dunque la legittima a convertire la vita di un individuo privandone la sua umanità e libertà.

Nella zona a controllo totale del campo di internamento di Kaechon (Campo 14) molti dei detenuti come Shin Dong-hyuk non conobbero mai la vita al di fuori dei campi, nemmeno per sentito dire. Un Truman show dal retrogusto amaro e terrificante.

Shin è frutto della passione amorosa di una “ricompensa lavorativa” che permise ai genitori di passare un paio di notti insieme.

Inconsapevole di una vita al di fuori dei fili spinati, nutrito di ratti, insetti, serpenti e costretto al lavoro forzato in una fabbrica tessile, Shin imparò bene le 14 regole del Campo. Una di queste consisteva nel rivelare alle guardie – se, come e quando – qualcuno stesse tentando la fuga in cambio di una piccola ricompensa e lui, per il quale ciò che noi chiamiamo atrocità era il pane quotidiano, non ebbe remore a segnalare la madre (che vide per la prima volta a 12 anni) e il fratello maggiore.

La spifferata gli costò un posto in prima fila per l’esecuzione dei due, come “promemoria” del destino di chi prova a fuggire, non senza aver prima subito torture per intere giornate in una cella sotterranea, di cui oggi Shin porta ancora i segni.

In un’intervista a Panorama, alla domanda se le torture fossero una routine diffusa rispose: “sì, e sono capaci di farti ammettere qualsiasi colpa. A ogni piccola mancanza, ti tocca un’amputazione (Shin ha perso una falange del dito medio sinistro per aver fatto cadere un attrezzo da lavoro, ndr) o un giro nei sotterranei, dove il soffitto è alto 80 centimetri e devi stare a quattro zampe. Nelle baracche ci sono vasche d’acqua per affogare i detenuti, ganci attaccati al muro per appenderli in posizione fetale sopra il fuoco, flaconi d’acqua mista a peperoncino da versarti nel naso”.

Vista satellitare del Campo 14

Vista satellitare del Campo 14

Passano mesi, anni, prima di incontrare Park, un detenuto appena arrivato, grazie al quale viene a conoscenza della vita fuori dal Campo 14.

Iniziano cosi a progettare la fuga fino al 2 gennaio del 2005, quando in un giorno qualunque, ma ben studiato, cala il giorno che gli cambierà la vita.

Park avanza per primo. Tenta di scavalcare la recinzione, ma non ce la fa e muore elettrizzato. Non rimane molto tempo, le guardie stanno per tornare e la marcia non ha molte direzioni: tentare o morire.

Ci prova. Usa il corpo del compagno per oltrepassare la rete, senza risparmiarsi ustioni e scappa.

Corre, corre molto veloce, corre più che può.

Fugge in Cina, poi in Sud Corea, quindi approda in California.

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La felicità è un miraggio e la libertà difficile da gestire. Oltre alla fame Shin ancora oggi non sa cos’altro lo spinse a fuggire, dopotutto non poteva immaginare che cosa lo avrebbe aspettato fuori.

Per amor di cronaca dobbiamo sottolineare che un paio di eventi raccontati nel libro da lui scritto non sono del tutto veritieri. Allo stesso tempo, è doveroso e più di ogni altra cosa rispettoso verso chi questa realtà la subisce sulla propria pelle ogni giorno, ribadire che i campi di concentramento (cosi come le pratiche descritte) sono una realtà tristemente consolidata in Corea del nord.

La stessa Amnesty International, oltre che accettare la storia di Shin come valida testimonianza nonostante sia stata in parte romanzata, ha nel tempo monitorato, studiato e raccolto migliaia di prove e testimonianze.

Queste atrocità devono finire, così come deve finire l’indifferenza politica mondiale.

Perché nessuno fa nulla?

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1 Response

  1. Umberto Porcelli ha detto:

    Perchè purtroppo sto malato mentale ha la bomba atomica.

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