Photo credit: Giorgio Benni

Eva, il database contro le violenze domestiche

La questura ha elaborato il protocollo Eva, che, oltre all’immediato riferimento biblico, in realtà è un acronimo che sta per “Esame delle violenze agite”. Questo è un ottimo risultato tutto milanese raggiunto anche in considerazione del fatto che gli interventi per liti in famiglia, ogni anno, a Milano sono più di tremila. L’idea è nata dalla dirigente, una donna alla guida delle volanti di Milano dal 2014.

Maria Josè Falcicchia - Twitter

Maria Josè Falcicchia – Twitter

L’intraprendente poliziotta si è chiesta come utilizzare i dati raccolti dai colleghi e successivamente ha esaminato le statistiche del lavoro dei poliziotti, prestando grande attenzione alle violenze contro le donne. Dalla ricerca è emerso che la proporzione dei reati all’interno delle case è abnorme; i dati infatti evidenziano una sorta di “guerra domestica”.

Dal 2013 le forze dell’ordine hanno in mano due nuovi strumenti: uno è l’allontanamento d’urgenza, immediato, dalla casa familiare; l’altro è l’arresto obbligatorio, in flagranza, per i reati di maltrattamento e atti persecutori. Per l’arresto, è necessario però che ci sia almeno un precedente ed è in questa direzione che si è mosso l’Ufficio prevenzione generale della polizia.

Il protocollo Eva è probabilmente il progetto più avanzato per il contrasto delle violenze domestiche in Italia, ha codificato in linee guida le migliori pratiche per la gestione degli interventi legati alla violenza di genere in caso di primo intervento degli addetti al controllo del territorio, come avviene nel caso delle cosiddette “liti in famiglia”.

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Le linee guida si rivolgono non solo agli operatori sul campo, ma anche a coloro che, in sala operativa, coordinano e gestiscono a distanza tutte le fasi dell’intervento. Si tratta di procedure che consentono agli equipaggi della Polizia di Stato di sapere se vi siano stati in passato altri episodi di violenza nello stesso contesto familiare attraverso la compilazione di ‘check list’ utilizzate per tenere sotto controllo situazioni di disagio, nelle quali intervenire in caso di reiterazione di fatti violenti, anche in assenza di formali denunce.

Si tratta di reati complessi, diversi da tutti gli altri, perché vittima e aggressore si conoscono, vivendo situazioni drammatiche in cui la donna viene a trovarsi intrappolata in una spirale di senso di colpa, paura per stessa e per i propri figli. Inoltre molte volte rispetto alle violenze c’è una sorta di omertà indotta che spinge a non denunciare mai il compagno aguzzino.

La canzone “Vietato morire” presentata quest’anno a Sanremo spiega bene questa situazione emotiva, dando anche un bellissimo messaggio di rivincita e riscatto, facendo emergere dalle parole del cantante Ermal Meta, figlio di un padre violento che racconta gli insegnamenti positivi della madre amorevole, le emozioni tangibili di un figlio vittima di questa terribile situazione.

Riguardo ai femminicidi, il questore di Milano Antonio De Iesu ha spiegato che occorre favorire una “cultura della denuncia”, poiché se è importante “chiudere” il caso individuando presto il colpevole, è ancor meglio intervenire prima che succeda l’irreparabile. Perché come recita la canzone di Ermal Meta: “ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai”.

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