Le carceri brasiliane in cui i detenuti vogliono entrare invece di scappare

Se si pensa alle carceri, gli elementi che nel nostro immaginario non possono mancare sono guardie armate che ne custodiscono le chiavi e detenuti privi di ogni libertà di scelta ed autogestione.

In Brasile, stato che vanta la più alta percentuale di rivolte carcerarie (l’ultima delle quali, molto sanguinosa, nel gennaio di quest’anno), esistono prigioni nelle quali quegli elementi base sono completamente sovvertiti.

Cinquanta strutture del paese, infatti, non hanno agenti penitenziari, i detenuti (che sono all’incirca 3500) possiedono le chiavi delle celle e, a differenza degli altri luoghi di detenzione, i prigionieri richiedono di essere trasferiti qui con grande insistenza.

Le strutture sono state ideate dall’Apac (Associação de Proteção aos Condenados) e vengono coordinate dalla Fbac (Fraternitade brasileira de assistência aos condenados).

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Il primo passo per poter accedere ad una prigione Apac, come spiegato dal direttore generale di Fbac, Valdeci Antonio Ferreira, è che il detenuto faccia richiesta volontaria di trasferimento. Non ci sono vincoli riguardanti il tipo di reato e di pena da scontare, chiunque può essere ammesso. Tassello importante, perché fondamentale in questo tipo di percorso riabilitativo dell’individuo, è che la sua famiglia abiti nella città nella quale sorge la struttura Apac in cui vorrebbe essere trasferito.

Qui entra l’uomo, il delitto resta fuori”. È questa la massima che campeggia sulle pareti bianche e azzurre delle prigioni e che riassume perfettamente il concetto alla base di questo nuovo metodo. Gli uomini devono essere trattati in quanto tali e non come bestie, anche all’interno delle carceri, anche se hanno commesso gravi delitti. Per questo esistono spazi aperti, un appartamento nel quale i detenuti possono ricevere le loro famiglie o visite coniugali ed una serie di attività interamente organizzate dai volontari.

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Questo sistema di riabilitazione è progressivo e sembra ottenere ottimi risultati: se le recidive nelle carceri in Brasile è dell’80%, nelle Apac è solo del 15%.

Anche all’interno di queste strutture vigono diversi regimi: cancelli e sbarre vengono serrati a chiave solo nel regime chiuso, nel semi-aperto esistono meno divisioni strutturali e il recuperando, così vengono chiamati i carcerati in Apac, viene preparato al contatto con l’esterno, mentre nel regime aperto il recuperando sconta la pena solo di notte, mentre di giorno lavora.

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Come già anticipato non esistono guardie carcerarie, ma le chiavi vengono affidate ai recuperandi che hanno già compiuto il percorso riabilitativo, in modo da responsabilizzarli.

Accanto a questo, grande importanza assumono i coinvolgimento delle famiglie e della società civile ed il reinserimento lavorativo. Tutto è volto a ridare al detenuto fiducia nel futuro, restituendogli dignità.

Photo Credit: Sky Arte

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Forse a molti può apparire come un metodo troppo “soft”, inutile, ma i risultati sono effettivamente strabilianti, se si pensa che comunque il fine ultimo di ogni carcere dovrebbe essere quello della riabilitazione dell’individuo.

Ed è proprio con i risultati, ha spiegato Ferrereira, che “siamo riusciti a rompere le barriere del pregiudizio sociale, dell’idea che il carcerato deve soffrire, deve morire, che l’unico malvivente buono è il malvivente morto. Ora è la popolazione stessa a volere l’apertura di nuove Apac”.

Il sistema è stato addirittura ripreso in 23 paesi nel mondo e anche l’Italia sta sperimentando qualcosa di simile a Rimini, con il progetto Cec (Comunità educante con i carcerati). Riuscirà ad attecchire anche da noi?

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