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Cieco e fotografo? Gary Albertson dimostra che è possibile

Di un bravo fotografo, solitamente, la prima cosa che si dice è che “ha un buon occhio”. Ma se dietro alla macchina fotografica ci fosse una persona non vedente? Impossibile, penserà la maggior parte di voi. Vi sbagliate. E Gary Albertson ve lo dimostra pienamente.

Gary è un fotografo professionista dell’Oregon a cui, nell’ormai lontano 2010, è stata diagnosticata una rara forma di glaucoma, che l’ha portato a perdere quasi completamente la vista.

“È come avere voglia di abbracciare forte qualcuno, ma accorgersi all’improvviso di avere le braccia tagliate e non poterlo fare – cerca di spiegare il fotografo in un’intervista al Kgw.com -. Tutta la mia vita è cambiata all’improvviso. La mia visione limitata e periferica, non è abbastanza ampia per poter utilizzare un obiettivo fotografico, per riuscire ancora ad abbracciare la natura come amavo fare una volta”.

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Cosa fare per cercare di sopravvivere a questo suo personale dramma? All’inizio l’unica risposta è stata il rifiuto; il rifiuto per la macchina fotografica e per quegli scatti che erano stati la sua intera vita fino a quel momento. La fotografia era diventata “nemica”, non più “amante e compagna fedele”. La sua vista l’aveva tradito e così era stata tradita anche la sua passione, la sua vita.

Dennis Schmidling, suo amico di lunga data, è riuscito però, con grande pazienza ed insistenza, a fargli riprendere in mano gli obbiettivi, a riprovare a fare della sua vita ciò che era sempre stato. Insomma, tornare a credere in sé come fotografo.

Ma come? “Non posso più usare la vista e così ho cominciato a pensare che le mie orecchie dovessero sostituirsi ai miei occhi“, ha spiegato Gary. La natura manda infiniti e splendidi suoni, dal fruscio delle foglie nel vento allo scorrere di un ruscello, ed è proprio il lasciarsi trasportare da questi suoni che permette a Gary di comporre la sua fotografia. Come a dire che non serve per forza un buon occhio, ma può bastare essere in grado di sentire. Cosa non così semplice e scontata.

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Il risultato di questo suo “sentire” è davvero sorprendente. Le foto sono talmente tanto belle che Jay Mather, Premio Pulitzer per la fotografia, ha voluto lavorare con Gary, imparando da lui ad ascoltare e a prendere tempo. Dopo mesi passati a scattare insieme Mather ha raccontato che “Mi ha insegnato a rallentare”.

Il loro rallentare e sentire è ora protagonista di una mostra fotografica, presso The Casey Eye Institute dell’Oregon Health & Science University, che sta ottenendo risultati strabilianti.

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“Spero solo di essere riuscito a trasmettere alle persone la necessità di saper utilizzare tutti i sensi – ha detto Albertson parlando di questo lavoro -. Non voglio sminuire l’importanza della vista, è un organo meraviglioso, ma non si deve rinunciare a usare gli altri”.

Un meraviglioso esempio di forza, rinascita, riscatto e sensibilità.

Photo Credit: Gary Albertson

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