Semang, la popolazione che non conosce il termine “rubare”

Una comunità fatta di condivisione piuttosto che di proprietà, una ristrettissima cerchia di persone – circa 280 – che non conosce terminologie come “rubare” o “vendere” perché non hanno una corrispondenza nel vocabolario che utilizzano.
Sto parlando dello Jedek, una lingua scoperta recentemente da alcuni linguisti svedesi durante delle ricerche nelle zone dei Semang, le popolazioni pigmee che abitano il sud-est asiatico (più precisamente in Malesia e in minore densità in Thailandia) per la mappatura dei linguaggi. Gli studiosi si sono resi conto che un ristretto bacino di popolazione parla una lingua profondamente diversa da quella presente nelle zone limitrofe, con radici molto distanti dal luogo e antiche di millenni, in cui – come precedentemente detto – non vi sono trasposizioni di parole legate al possesso, al furto; mentre esiste una grande quantità di termini che fanno riferimento alla condivisione e allo scambio.
Similmente agli abitanti dell’isola di North Sentinel nell’oceano indiano che portano il titolo di popolazione più isolata del mondo: tutti i tentativi di entrare in contatto con loro sono stati fallimentari, in quanto gli indigeni hanno reagito aspramente ai visitatori accogliendoli con una pioggia di frecce ogni qualvolta un’imbarcazione si avvicinava abbastanza da consentirglielo.
La gente dello Jedek non conosce differenze di genere (questo se permettete dovrebbe darci parecchio da riflettere), non prevede specializzazioni, professioni, competizione né tanto meno leggi. Si tratta di una lingua che rispecchia a pieno lo stile di vita di chi la utilizza.

Secondo il professore di Lingue e letteratura della Cina e dell’Asia sud-orientale della Sapienza di Roma Federico Masini, l’unico modo per far sì che queste lingue sopravvivano è proteggere le persone che ne fanno uso, non la lingua stessa e aggiunge “Il fatto che la lingua Jedek non possieda parole e concetti relativi alla violenza, o alla proprietà, è qualcosa che si vede in molte comunità che potremmo definire arretrate. È il pensiero che fa la lingua, ed è per questo che studiare le lingue ci aiuta a vedere meglio noi stessi e la nostra civiltà”. (Fonte: “Repubblica”)

Photo credit: Lund University

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